Introduzione ai Centri Sociali Anziani

I Centri Sociali Anziani nascono, alla fine degli anni Settanta, in Emilia-Romagna e in Lombardia. La loro diffusione sul territorio nazionale avviene negli anni Novanta.

Il dire Centri Sociali Anziani non definisce chiaramente queste realtà che accolgono le persone non più giovani. Anche la denominazione Centri socio-ricreativi per anziani li definisce in modo molto riduttivo.

Una più realistica ed esplicativa indicazione la troviamo nella premessa di un disegno di legge presentato al Senato nel 1997 dove è scritto:

 I centri sociali per anziani sono luoghi dove la socializzazione tra la popolazione anziana avviene e si concretizza in molteplici e variegati modi.

Per la popolazione anziana, infatti, questi sono luoghi dell’integrazione per eccellenza; alcune volte costituiscono l’unico, il più immediato, punto di aggregazione e spesse volte rappresentano, invece, il solo momento di svago.

Territorialmente sono presenti ovunque e per questa ragione sono oasi di serenità e tranquillità per gli anziani soli e quelli che, magari, soli non sono, ma che hanno voglia e desiderio di rapportarsi con altre persone.

I Centri per anziani, sono luoghi di scambio culturale e, nel corso degli anni, sono diventati sempre più strutturalmente, momenti di crescita e di informazione collettiva e sono divenuti oggi luoghi di socializzazione tra diverse generazioni.

Forse è più appropriato connotarli come imprese del tempo libero e della solidarietà.

I Centri Sociali Anziani, autogestiti dagli anziani stessi, aperti a persone non più giovani autosufficienti, sono delle vere e proprie “officine artigianali” dove si producono servizi, si elaborano proposte per vincere l’emarginazione, si inventano iniziative per combattere la solitudine, si fanno camminare le idee che possono servire a migliorare la vita di quanti li frequentano.

Sotto questa insegna troviamo un’azienda, di tipo associativo che nasce, come qualsiasi altra impresa, a seguito di un atto costitutivo corredato di statuto che regola i rapporti interni ed esterni.

Il codice civile classifica queste realtà quali associazioni, non riconosciute, senza finalità di lucro. La legge 383 del 2000 le definisce associazioni di promozione sociale.

Anche per questi soggetti giuridici, senza fini di lucro (eventuali avanzi di gestione debbono essere impiegati in attività istituzionali nell’esercizio successivo), il successo o l’insuccesso produttivo è legato alle capacità dei suoi dirigenti.

I soci (nelle varie organizzazioni variano da 100 a 1000 in qualche realtà se ne trovano sino a 2000 e oltre) rappresentano anche la “clientela” della particolare impresa.

Alla gestione è delegato un consiglio di amministrazione (chiamato abitualmente: consiglio direttivo, comitato direttivo, comitato di gestione), il cui operato solitamente è controllato da un organo (il collegio dei revisori dei conti), analogo al collegio dei sindaci previsto per le società di

capitali. Spesso si trova anche un organo di “giustizia”, il collegio dei probiviri, utile per dirimere controversie tra i soci stessi e tra questi e i dirigenti.

L’attività di questi enti è a “ciclo continuo”, e viene realizzata, in diversi centri, per 365 giorni l’anno, in molti per 364 (chiusura solo il giorno di Natale), in tutti sicuramente per oltre 300 giorni l’anno ed è garantita da nuclei di volontari.

Lo “stabilimento” in cui svolgono l’attività i Centri Sociali Anziani è di norma una struttura assegnata dall’Ente locale con una convenzione. Il più delle volte si tratta di immobili dismessi dalla destinazione d’uso iniziale di “edificio scolastico”, ossia costruiti originariamente per ospitare una scuola (asilo nido, scuola materna, elementare o media non importa) ed ora parzialmente utilizzata per carenza di allievi, a causa del calo delle nascite.

In diversi casi lo spazio e la disposizione degli ambienti risente della primaria configurazione. Tali fattori condizionano la scelta delle attività da proporre anche se, per supplire a talune carenze, spesso viene data la possibilità di utilizzare altri ambienti, esterni alla sede abituale (es. una palestra per le attività ludiche: ballo, ginnastica dolce, yoga).

L’ ufficio è il laboratorio di ricerca dove le idee prendono concretezza. In quell’ambiente il presidente, i dirigenti, si danno da fare per le operazioni gestionali, amministrative, contabili, per programmare le attività. In un angolo uno, due pc. aiutano a preparare la corrispondenza, elaborare testi ecc.: gli addetti riescono a scoprire quotidianamente impieghi nuovi di queste apparecchiature. In qualche realtà si è già ricavato un ”internetcafè” dove sono collocati i computer per consentire ai soci di apprendere, sotto la guida di esperti le basi dell’informatica come pure a “chattare” per utili ricerche in internet.

Altri spazi (in verità mai sufficienti) sono adibiti a laboratorio dove i soci apprendono l’arte della pittura su tela, su stoffa, su vetro, della composizione di mosaici, della fotografia e dello sviluppo fotografico (anche se oggi sono entrate in uso le macchine digitali e quindi per riprodurle si utilizza il pc che serve per la gestione), della bigiotteria, del cartonaggio, del cucito, della maglia, del ricamo, della cucina dell’enotecnica; ambienti dove le socie si divertono a produrre le pigotte (una iniziativa che impegna da diversi anni le nostre associazioni, dopo le ferie estive, nella creazione di questi simboli della nostra infanzia destinati all’Unicef per raccogliere i fondi necessari alle sue finalità istituzionali).

Un discorso a parte meritano le attività sociali di patronato e di assistenza che vengono svolte solitamente al mattino: l’impegno per il trasporto ai presidi medici percure e analisi cliniche di persone in difficoltà, l’ascolto a sostegno di persone sole, la consegna di pasti a domicilio a soggetti in condizioni di disagio.

Fine comune di tutte le realtà è comunque quello di procurare ai meno giovani del territorio momenti di aggregazione e di socializzazione, per aiutare queste persone a combattere quella solitudine che troppo spesso è una non gradevole compagna nel cammino della terza età.

Questi sono i Centri Sociali Anziani. Una denominazione doc da molti non accettata (oggi si trova la qualifica di associazione abbinata a “anni d’argento”, “diversetà”, “spighe d’oro”, “oasi d’argento” ecc.).


 

E’ opportuno ricordare che esistono altre strutture,che si differenziano da quelle prima descritte, per una caratteristica significativa:la conduzione. Qui la responsabilità della gestione compete ad un dipendente dell’ente locale – animatore o assistente sociale che sia – affiancato da un comitato di gestione che collabora con l’operatore per talune scelte programmatiche.

I Comitati Anziani

 Negli anni Ottanta gli Enti comunali promuovevano, nei quartieri, aggregazioni di anziani con questa figura giuridica, prevista dal Codice Civile all’art. 39, per la semplicità gestionale.

Con l’emanazione nel 1991 della legge 266 questa tipologia associativa è quasi completamente scomparsa.